Il marchio per il quale era stata richiesta la registrazione comunitaria.

Il marchio anteriore sul quale era basata l’opposizione.

La domanda di registrazione era stata presentata per scarpe e stivali , mentre il marchio anteriore era stato registrato per articoli di abbigliamento . La Commissione di Ricorso dell’Ufficio per l’Armonizzazione nel Mercato Interno aveva confermato la decisione di accogliere l’opposizione, con la motivazione che i marchi erano simili e i prodotti identici o simili, e che dunque fra i due marchi esisteva un rischio di confusione.

Il richiedente si era rivolto al Tribunale di Primo Grado, argomentando essenzialmente che gli articoli di abbigliamento e le calzature o gli stivali non sono prodotti simili, e che le lettere dell’alfabeto, prive di aggiunte grafiche, non hanno carattere distintivo proprio e godono quindi di una tutela ridotta, il che rende più significative le differenze anche minime, come nel caso in questione.

Nella sentenza emessa il 13 luglio 2004 (causa T-115/02), il Tribunale ha rigettato entrambi gli argomenti. Per quanto riguarda la somiglianza fra i prodotti, il Tribunale ha stabilito che i rapporti sufficientemente stretti esistenti tra le finalità rispettive di tali prodotti, individuabili in particolare nel fatto che appartengono alla stessa classe, e la concreta eventualità che possano essere prodotti dagli stessi operatori o venduti insieme, permettono di concludere che tali prodotti possono essere associati nella mente del pubblico destinatario. I prodotti interessati devono essere considerati simili ai fini della valutazione del rischio di confusione, anche se lo sono solo in misura ridotta.

Per quanto riguarda il carattere distintivo, la risposta del Tribunale è stata che anche se una lettera isolata è potenzialmente sprovvista di carattere distintivo, i marchi in esame presentavano entrambi come elementi dominanti la lettera «a» minuscola, di colore bianco su fondo nero e stampata in un carattere semplice. Le differenze grafiche erano dunque di secondaria importanza, e non costituivano elementi che potessero rimanere nella memoria del pubblico destinatario come effettive discriminanti. Il Tribunale sembra quindi aver evitato di affrontare la domanda centrale posta dal caso, e cioè quale grado di protezione possa essere concesso, ai sensi delle norme sul marchio comunitario, ad un segno composto di un’unica lettera dell’alfabeto. Non sarebbe sorprendente se anche la Corte di Giustizia fosse chiamata a pronunciarsi su questo caso.