Sede: Milano, Teatro Litta, fino al 16 giugno

di renato palazzi

C’è una colf frustrata dalla mancata carriera televisiva, che odia le Veline e si dichiara più soddisfatta di fare le pulizie che di esibirsi sul piccolo schermo. C’è un’azienda tanto attiva nel sociale da dotarsi di un ethical brand manager, che dovrebbe sovrintendere alle opere di carità ma gira perennemente in tenuta da calciatore. C’è un prete che non disdegna alcol e belle donne, e vorrebbe sempre raccontare barzellette su Dio. E poi c’è un’imprenditrice che ama sentirsi buonissima, «troppo buona», e un ragazzino africano che li osserva da lontano, forse attraverso la webcam che lei gli ha regalato, forse limitandosi ad apparire nella sua fantasia.

In Salviamo i bambini Renato Gabrielli, graffiante autore milanese, affronta un tema probabilmente cruciale del nostro tempo, quello della beneficenza, della pietà verso gli infelici, o, in un senso più ampio, della cattiva coscienza dell’Occidente vacuo e satollo che cerca di redimersi dalla sfrontatezza del proprio ottuso benessere attraverso insignificanti iniziative filantropiche: ma anche questo sentimento di attenzione verso gli altri, nell’universo livido e grottesco di Gabrielli, diventa a sua volta uno strumento del consumismo, un investimento, una fonte di reddito per i ricchi anziché di sollievo per gli esclusi.

Il testo, prodotto grazie al sostegno di Extracandoni, una rete di sette teatri consociati per promuovere la nuova drammaturgia, è interessante soprattutto nella prima parte, in cui non senza cinica perfidia irride i luoghi comuni del finto impegno umanitario, e ancor più gli eufemismi, le attenuazioni linguistiche proprie del gergo buonista: così, fra «tartine eque» e «barbera solidale», sono pungenti le definizioni di «diversamente colorato» per indicare i neri, di «diversamente fortunato» per designare chi è colpito dalla sorte, mentre ci si ciba di tagliatelle al salmone suicida perché non è bello pensare che un povero pesce sia stato sacrificato al solo scopo di cucinarle.

È un peccato che nella seconda parte, per la smania di accumulare ulteriore materia, la vicenda si aggrovigli sempre più, avventurandosi su un impervio terreno di sfruttamento minorile, di magliette bruciate, di piccoli operai arsi vivi nella fabbrica in cui lavoravano: e questi macabri sviluppi contrastano non poco col tono farsesco espresso in precedenza. La messinscena, curata dalla giovane Sabrina Sinatti, non può dal canto suo non risentire degli scompensi della scrittura, passando senza soluzione di continuità da un sarcasmo fin troppo colorito a una vena inutilmente truce, e trascinando nei suoi alti e bassi anche la prova dei pur bravi attori.

(7 giugno 2006)