di Simona Orlando

ROMA – Nemmeno stavolta Bob Dylan ce l’ha fatta a portarsi a casa il Premio Nobel per la Letteratura a cui concorre dal 1996. Negli ultimi giorni le scommesse lo davano per favorito e cresceva il dibattito sulla sua candidatura. Se ne parla da anni, da quando Allen Ginsberg lo propose con lettera formale in quanto “miglior bardo del ventesimo secolo, dotato di poteri universali.” Senza mettere in dubbio l’impatto che ha avuto sulla cultura dagli anni ‘60 a oggi, il problema che si pone l’ambiente accademico è se sia giusto far vincere un personaggio così popolare rispetto agli altri e soprattutto se i testi di canzoni possano essere considerati “letteratura”. I puristi la considerano una candidatura ridicola, addirittura un nome “impostore” al fianco di maestri della scrittura, la stampa americana parla di uno “Zelig culturale”, una faccia che appare in posti improbabili, vince Oscar, Pulitzer, ora è anche pittore che scopiazza qua e là. Altri lo difendono a spada tratta, affermando che la performance è semmai un’aggiunta al valore intrinseco delle liriche e che la poesia è innanzitutto tradizione orale, arte gemella alla musica, inseparabile come era all’epoca dei trovatori o nell’antica educazione greco-romana. Per mousiké Platone intendeva il complesso delle arti presiedute dalle Muse: poesia, letteratura, la musica. La poesia era sempre accompagnata al canto e ad uno strumento musicale.

Il Nobel continua ad essere l’unico bottino che gli sfugge, sebbene non sembri aver bisogno di riconoscimenti esterni, già nelle interviste degli anni ’70 dichiarava: «Mi considero primo un poeta, secondo un musicista». Intanto la sua attività tentacolare prosegue. Mentre lo si attende in Italia in concerto stratosferico con Mark Knopfler (9 novembre Padova, 11 Firenze, 12 Roma, 14 Milano) l’11 ottobre pubblica con la sua etichetta Egyptian (qui distribuita Sony) “The lost notebooks of Hank Williams,” imperdibile raccolta di inedite canzoni del re del country.

Hank Wiliams è una stella che ha brillato per poco. Si è spento a ventinove anni, nel retro di una Cadillac, tra lattine di birra e bozze di canzoni, mentre andava a fare concerti la notte di capodanno del 1953. Era nato in Alabama, con una spina bifida che gli provocava dolori lancinanti e che curava a modo suo, con pillole, alcool e droghe. Un tipo piuttosto inquieto, dedito alla rissa, troppo spesso ubriaco, così scapestrato da essere bandito dai locali che contavano. Aveva quell’atteggiamento autodistruttivo, quel gene misto di arte e malessere, che ha caratterizzato poi il genere rock, il suo ultimo singolo “I’ll never get out of this world alive” (Non uscirò mai vivo di qui) conteneva la triste profezia e ispirava il titolo della celebre biografia di Jim Morrison.

Eppure, che talento. Fu Hank Williams a portare quello che in modo dispregiativo si chiamava “hillbilly” alla dignità del termine country, ad alzarne il livello poetico usando tuttavia un linguaggio semplice, che arrivasse dritto allo stomaco del pubblico. Senza di lui il folk-rock non sarebbe stato lo stesso. «La voce di Hank Williams mi ha trapassato. Le sue canzoni contengono le regole archetipe del songwriting poetico» scrisse Dylan nel primo volume di “Chronicles”, confermando ciò che già Jerry Garcia dei Grateful Dead pensava: «Grazie a Hank abbiamo capito quanta forza ribelle ci fosse nel folk».

Williams appuntava tutto nel suo taccuino in pelle, sui tovaglioli, sulle buste delle lettere. E’ rimasto molto suo materiale, quattro manoscritti e decine di canzoni, custodite per cinquant’anni in una cassaforte di Nashville. Dylan ha colto la palla al balzo e ha acquistato i diritti nel 2004. All’inizio doveva lavorare al disco da solo, poi lui stesso ha optato per una squadra di artisti che avessero un’eredità artistica, una qualche affinità con Williams e la sua musica. Piena libertà dunque di completare il lavoro accennato, con l’unica regola di non alterare il carattere di quello che era stato ritrovato: impresa non difficile in quanto già i testi, a detta degli interpreti, contenevano magicamente la melodia che suggeriva la direzione dei brani.

Il disco ospita le voci di Norah Jones, Jack White, Lucinda Williams, Jakob Dylan (Il figlio di Bob che per la prima volta appare in un disco col padre), Dylan in “The Love that faded,” Alan Jackson, Sheryl Crow, e viaggia su atmosfere anni ’40. Non si tratta solo di spunti, mozziconi di brani raccattati dal fondo del barile, ma potenziali perle che non fece a tempo a incidere.

Venerdì 07 Ottobre 2011 – 16:26 Ultimo aggiornamento: Domenica 09 Ottobre – 12:22

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