*La recente circolare 1/98 emanata dal Comando generale della Guardia di Finanza contiene rilevanti richiami ai diritti del contribuente (in parte già indicati nella legge 241/1990 sulla trasparenza della P.A. ed ora riportati anche nella legge 27.7.2000, n. 212, in particolar modo nella fase di raccolta di informazioni relative al contribuente stesso. Un altro aspetto della circolare 1/98 merita di essere ricordato: ulteriore limite posto all’azione dei verificatori fiscali è contenuto nell’art. 18 della legge 31 dicembre 1996 n. 675 (Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali). Il citato articolo riguarda i danni causati dal trattamento di dati personali, che obbliga chi ha cagionato il danno al risarcimento in base all’art. 2050 del cod. civ. (Responsabilità per l’esercizio di attività pericolose).

Si è così introdotto l’importante tema dei limiti dei verificatori, consistenti in vincoli all’attività ispettiva che devono, pero, essere contemperati con l’efficienza del controllo.

A tal proposito, bisogna da un lato notare che chi è adibito al controllo non può esercitare un accesso d’autorità con la forza, poiché l’accesso agli studi professionali è attività di polizia amministrativa, strumentale ai fini dell’accertamento tributario. Dall’altro lato, si rileva che il professionista non è obbligato a delegare un proprio collaboratore in caso di assenza, poiché non è vigente nel nostro ordinamento il preventivo avviso da parte degli organi verificatori.

Un intervento normativo che colmasse tale lacuna permetterebbe di evitare che il contenuto della legge n. 413/91 fosse di fatto vanificato da un ritorno al precedente sistema.

Il tema delle verifiche fiscali necessariamente entra in contatto con il concetto di Segreto Professionale, costituito, nella sostanza, da ciò che il cliente ha confidato al libero professionista.

Il segreto professionale, ovviamente, è riconosciuto anche a chi esercita attività di consulenza e di assistenza tributaria, contabile ed amministrativa a terzi soggetti d’imposta (art. 5 D.P.R. 27 ottobre 1953 n. 1067).

L’art. 52 comma 4 del D.P.R. 633/1972 indica che l’ispezione documentale riguarda tutti i documenti che si trovano nei locali assoggettati a controllo, ma si consideri che la presenza nello studio di elementi riconducibili a reati tributari o non, compiuti da clienti,permetterebbe eventualmente all’avvocato difensore di opporre il segreto professionale (e con ciò rispettando anche l’art. 24 Cost., nel quale si afferma che il diritto di difesa è “inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”). L’esame del materiale in questione sarà di esclusiva competenza del magistrato, il quale dovrà valutare sulla valida opposizione del segreto professionale.

Altro problema interessante è l’astensione o meno della tutela del segreto a tutti i professionisti abilitati alla difesa di contribuenti in sede di contenzioso (art. 12 D.Lgs. n. 546/1992). E’ da ritenersi che la questione sia da risolvere in senso positivo, garantendo il rispetto sia dell’art. 3 Costituzione (eguaglianza davanti alla legge) sia dell’art. 53 Cost. (che rappresenta principio fondamentale del sistema tributario).

La tematica fino ad ora esposta fa riferimento alle modalità di svolgimento delle verifiche fiscali presso professionisti (ma ciò implica la responsabilità del professionista nei confronti del Fisco). In generale, il contratto tra il professionista intellettuale ed il fruitore delle prestazioni da questo erogate presuppone la fiducia come elemento fondamentale.

Sotto l’aspetto civilistico l’obbligazione assunta dal libero professionista è un’obbligazione di mezzi, perciò la sua responsabilità si misura sulla base della colpa professionale, la quale risulta dalla dimostrazione di una imperizia o negligenza (vedere la disciplina contenuta agli artt. 2229 e segg. del cod. civ.).

In materia di reati tributari è difficilmente applicabile questa normativa che riguarda la responsabilità del consulente fiscale nei confronti del cliente e dei terzi. Infatti, il legislatore ha espressamente indicato le fattispecie di responsabilità penale tributaria del professionista, in alcuni casi tipici, quali lo svolgimento di attività preordinata all’ottenimento di un maggior risparmio d’imposta o il compimento di fatti sanzionati penalmente, ma che sono autonomi, cioè riferibili al rapporto costituito tra consulente e cliente (favoreggiamento o falsa testimonianza).

Recentemente, il legislatore ha dimostrato la tendenza verso una maggiore responsabilizzazione del professionista, non escludendo, però, misure idonee ad evitare abusi da parte del cliente denunziante (si pensi alla legge 11 ottobre 1995 n. 423). La giurisprudenza della Cassazione ha confermato che l’obbligo della dichiarazione è imposto personalmente al contribuente e non può essere stato trasferito al professionista; inoltre, si rileva che la responsabilità del consulente va ponderata con il comportamento tenuto dal contribuente, specie in merito:

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