“Lo sdegno ha smesso da tempo di essere un gesto facile. Per un occidentale, oggi, i marciumi dell’ingiustizia , della disuguaglianza, dello sfruttamento, della guerra sono sempre più spesso detriti abbandonati in discariche strategicamente collocate lontano dalle linde pareti di casa. Vagamente intontiti dal gran festino collettivo, i Paesi ricchi si trovano a gestire, a casa loro, disequilibri e ferite per cui non sembrano necessarie più rivoluzioni, né lotte particolari: il buon senso di un moderatismo blandamente sinistrorso sembra più che sufficiente a dominare o prevenire le incrinature di una convivenza sociale in cui più o meno tutti sembrano trovare il proprio vantaggio.” Sono parole di Alessandro Baricco, nella prefazione al libro NO GLOBAL una raccolta di articoli che segnano una sorta di percorso per capire come si è arrivati all’11 settembre.

Il punto sembra proprio questo. Quale opzione politica può affrontare le drammatiche contraddizioni del mondo post 11 settembre?

Serve ancora la politica o dobbiamo rassegnarci ad un lungo periodo di conflitto permanente dal quale non osiamo immaginare l’epilogo per l’intero pianeta?

Siamo di fronte alla deflagrazione di un ordine mondiale deciso ed imposto dal capitalismo avanzato e dai maggiori interpreti delle politiche neoliberiste. I paesi ricchi del Nord del pianeta hanno avviato il progetto neoliberista di deregolamentazione e mercatizzazione globale. Tale processo ha mutato il tradizionale divario tra Nord e Sud del mondo, in un modello – come dice l’economista Susan George – a piramide con il grande capitale ancorato al vertice di questa piramide. Ad essa non appartengono solo le elite del Nord, che pure esercitano il dominio, ma anche elite del Sud, perlomeno di quella parte dove il grande capitale intende investire, l’area dei mercati emergenti.

Molte megasocietà hanno più potere economico della maggior parte degli Stati e dominano i processi politici di quasi tutti gli Stati. Spesso il fatturato internazionale di queste multinazionali supera nettamente il prodotto interno lordo di intere nazioni. Gli stessi organismi internazionali nati per far fronte alle crisi dei paesi poveri, come il FMI e la Banca Mondiale, sono più preoccupati di rassicurare e garantire gli investitori che mettono in circolo capitali e finanza, quanto di sostenere le economie di quei paesi strozzati da un debito insanabile. I programmi di aggiustamenti strutturali imposti dal FMI e della Banca Mondiale hanno prodotto tremende conseguenze sociali ed ecologiche in molti di questi paesi. Tutto ciò ha accelerato ancor di più il disfacimento penoso dei paesi poveri del mondo, con l’impoverimento, l’esclusione e lo sfruttamento di enormi masse di individui.

Quando con gli occhi della storia si guarderà in futuro ai nostri tempi ci si renderà conto che gli attentati dell’11 settembre hanno reso palese una svolta nelle dinamiche internazionali che già da qualche tempo si esprimeva in forme meno clamorose, ma pur intuibili e comprensibili. Per la prima volta gli Stati Uniti, la potenza egemone di un mondo che la Casa Bianca vorrebbe unipolare, vengono colpiti sul loro territorio da un nemico evanescente, che non è uno stato o un preciso gruppo terroristico. Per la prima volta il nemico esprime una convergenza di interessi che sono interni allo stesso sistema globalizzato: pezzi di nazioni, lobby di potere, multinazionali, di cui il terrorismo diventa strumento di espressione. Si tratta di un nemico che si avvale di un’arma subdola e vile e che pur non avendo come matrice e come elemento propulsore quei 4/5 dell’umanità che non godono del benessere occidentale, sfrutta la rabbia, l’ignoranza, l’assenza di speranza che regnano nelle baraccopoli, nei campi profughi, negli slum, nelle favelas e che in quei luoghi, spesso, trova la sua manodopera, ma soprattutto le matrici culturali.

Siamo convinti che, né l’obbligatorietà della guerra preventiva e unilaterale contro il terrorismo, né la costruzione di alte barriere difensive intorno al mondo occidentale siano in grado di risolvere i problemi. Anzi milioni di persone in tutto il mondo si mobilitano proprio come un’altra potenza mondiale per dire che questo conflitto globale lo si può vincere non estirpando con le armi il cancro del terrorismo, ma i suoi nutrienti, il lievito con cui si alimenta e cresce. Torna il punto di domanda iniziale. Ma come?

“Dare vita a una globalizzazione animata da una corretta cultura dello scambio significa mettere in atto un processo che non si traduca in una radice mortifera di esclusione e di emarginazione dei sempre più poveri, ma si proponga come una sorgente di inclusione progressiva di tutti nella partecipazione solidale allo scambio dei beni prodotti, nella convinzione che la grandezza di una civiltà si misura anche dalla capacità di condivisione delle proprie risorse con chi ne avesse bisogno. (…) Occorre riconoscere i limiti intrinseci della stessa economia, nella convinzione che essa è solo un aspetto u una dimensione della complessa attività umana, è soltanto un elemento della libertà umana e deve quindi avere la persona umana, ogni persona umana e tutte le persone umane, come soggetto, fondamento e fine. (…) Ne segue l’importanza e urgenza di riscoprire il primato della politica, intesa come reale servizio al bene comune e al bene comune universale. Ciò comporta che si abbia a incamminare verso forme adeguate di governo mondiale, perché a una comunità economica internazionale deve poter corrispondere una società internazionale.” Sono le parole pronunciate pochi giorni dopo l’11 settembre dall’arcivescovo di Milano Cardinal Martini.

Può la vecchia concezione dello Stato Nazione, o l’economia che si autoregola e autoalimenta costituire il punto d’appoggio di una nuova società planetaria?

Data la sua logica istituzionale, il capitalismo deve espandersi continuamente, creando nuovi mercati, aumentando illimitatamente la produzione e i consumi, invadendo altri ecosistemi, sfruttando senza limite più risorse.

Può una politica riformista che si muove nell’alveo del sistema capitalista avanzato introdurre elementi di moderazione tali da arrestare, modificare, ridistribuire globalmente le risorse, porre delle regole per un nuovo governo mondiale?

E’ una delle forti contraddizioni che si stanno consumando nella sinistra italiana con tutte le svilenti fratture che da sempre la connotano. Al di là delle pretestuose e inqualificabili polemiche che hanno segnato l’ultima settimana, aggressioni comprese, emerge il tentativo di semplificare e liquidare questo dibattito in corso, egemonizzando la pluralità di opzioni che si stanno manifestando nella società con un progetto politico unilateralmente condiviso dalle forze moderate della sinistra. L’accelerazione della formazione della lista unitaria contiene un errore strategico che non è solo stigmatizzabile nell’uso improprio del simbolo dell’Ulivo, patrimonio fino allora di gran parte delle forze della sinistra, quanto nel non raccogliere una opzione radicale che viene dal vastissimo arcipelago dei movimenti.

Per battere il Governo Berlusconi non è sufficiente scardinare il blocco conservatore che si è saldato nel 2001, presumendo che la sola sottrazione di parte dei moderati da esso può determinare la vittoria delle forze di opposizione. E’ purtroppo un percorso che già ha segnato il fallimento per il centrosinistra. Per tornare ad essere maggioranza nel paese dobbiamo convincere gli elettori che un progetto politico alternativo alla destra c’è ed è espressione autentica delle diverse culture e tradizioni politiche, che sanno mettere insieme un riformismo moderno e progressista con la radicalità di chi pensa “un altro mondo è possibile “

Non sono solo minoritari cespugli dell’albero madre, come ma sono un popolo che già pensa e agisce in modo globale, ponendo l’alternativa di una forma più diretta di democrazia globale in cui i semplici cittadini siano in grado di partecipare dalla base, alle decisioni che riguardano la pace, i diritti, l’ambiente, sfidando gli interessi corporativi e particolari che tendono a dominare il sistema delle democrazie rappresentative e delegate.

Quello che il ricercatore americano Franz. Broswimmer autore di un importante saggio dal titolo Ecocidio chiama democrazia ecologica. “Gli imperativi contenuti nella democrazia ecologica – dice l’autore – mirano a proteggere il diritto dei popoli e degli individui a partecipare attivamente alle decisioni che riguardano la loro vita. Il diritto a partecipare e a decidere sulle questioni politiche spetta soltanto all’individuo e non può essere esteso alle società di capitali. Un livello minimo di dignità umana non dovrebbe essere un’appendice dell’economia; la politica deve essere riportata al centro dell’interazione umana,”.

Per una forza ambientalista come la nostra questo diventa il terreno obbligato nel quale agire. Dice sempre l’autore: “ Un impegno di questo genere sarebbe “verde” perché mirato a creare una società ecologicamente sostenibile; sarebbe democratico, perché sosterrebbe una società più egualitaria; sarebbe femminista, perché comprenderebbe che coloro che mancano del necessario sono soprattutto le donne”

Prassi di questa politica già sono condotte in molte municipalità del Sud del mondo, che assumono le dinamiche della democrazia partecipativa per decidere sui bilanci municipali o sul modello di sviluppo delle loro città.

La scelta di unire tutti i partiti verdi di Europa, in un unico soggetto continentale, si muove nel solco di questa prospettiva. L’appuntamento delle Elezioni europee è fondamentale per rafforzare nel percorso dell’unione politica dell’Europa un soggetto verde che sappia porre con forza questa visione di alternativa democratica.

.Veniamo al nostro impegno locale. Credo che nel corso di questi dieci anni durante i quali siamo stati direttamente protagonisti con le forze del centro sinistra al governo della città, siamo stati in parte interpreti di questa tensione politica nuova.

Lo dimostra in parte la crescita della sensibilità ecologica nei cittadini che spesso assumono in prima persona la difesa e la tutela dell’ambiente. Come ne è segno l’affermarsi di una coscienza collettiva condivisa sui temi dei diritti e della pace. Ritengo tuttavia che siamo in una fase politica cruciale dalla quale rischiamo di uscire senza prospettive. Credo che la nostra azione politica come VERDI-Città dei Diritti non può più giocarsi esclusivamente nei rapporti di forza all’interno della maggioranza o nell’interpretare al meglio la quota parte di una rappresentanza delegata. Dobbiamo sfidare i nostri alleati sul tema della politica, per dare piena legittimità nel centrosinistra ad una prassi democratica nuova, capace di condivisione collettiva delle idee e dei progetti per il futuro di questa città, abbandonando le presunzioni di rappresentare al meglio interessi e attese di pezzi della società. Occorre, per esempio, lanciare un patto sociale con tutti i cittadini sulla sostenibilità ambientale della città, promuovendo una larga azione partecipativa per immaginare insieme il futuro di Ciampino.

Non ci piace l’idea di una città di servizi, nella quale prioritariamente debbano trovare convenienza le forze economiche e imprenditoriali, o nella quale le ragioni di chi costruisce, di chi inaugura nuovi centri commerciali o di chi fa affari diventano prioritarie rispetto alle migliaia di cittadini che vivono subendo una riduzione dei propri diritti.

Traffico, smog, rumore, congestione, disagio sociale, esclusione delle categorie deboli danno l’idea di come sia necessario ripensare collettivamente il modello di città che stiamo costruendo. L’esperienza positiva, nonostante qualcuno la pensi marginale e naif, del Laboratorio Comunale della Città dei Bambini e delle Bambine, è uno dei risultati più importanti che ci riconosciamo.

Questo metodo partecipativo deve essere perpetuato e rilanciato per esempio sulla questione della mobilità sostenibile, perché i diritti dei cittadini e dei pedoni devono trovare ampia risonanza e cittadinanza, al pari di quella dei commercianti. Come altro risultato importante è stata la battaglia condotta per dare una soluzione concertativa al problema delle antenne e dell’inquinamento elettromagnetico, ponendo uno stop al dominio degli enti gestori. Abbiamo conseguito il risultato che il problema fosse assunto in prima persona dall’Amministrazione al cui fianco sono stati chiamati i cittadini e le associazioni per la tutela della loro salute. Importante è anche la proposta fatta dal gruppo consiliare per avviare le procedure per l’elezione di due consiglieri aggiunti nel Consiglio Comunale, eletti dalle comunità di stranieri che risiedono in questa città. Come abbiamo fatto qualche anno fa con la candidatura di Giorgio Bonino, a dispetto delle imbarazzate perplessità di molti nostri alleati,vogliamo dare cittadinanza piena a chi è di per se portatore di diritti primari.

E’ chiaro che tutto ciò non si fa restando ancorati ad una vecchia pratica politica fatta da una parte di estenuanti riunioni di maggioranza infarcite di risibili commedie e dall’altra con accordi bi o trilaterali, per uno spiraglio in più di visibilità. Occorre guadagnare una sensibilità nuova che sappia infondere maggiore affidabilità verso la politica più di quanto non sappia fare oggi questa mediocre politica al ribasso, che spesso confina le nostre idee e la nostra stessa identità. Dobbiamo misurare il tema dell’alleanza politica e del rafforzamento della coalizione non più con defaticanti assestamenti di poltrone, ne con obbligate ricerche di unanimismo a tutti i costi. Accettiamo, prima di tutto noi stessi, che a volte sarà inevitabile marcare delle differenze. Ma questo non si fa in tre o quattro impiegati alla politica, si fa con un ampio e condiviso entusiasmo di diventare in prima persona protagonisti di un futuro per la città,per il paese, per una società globale sostenibile. Un po’ di rischio va assunto in prima persona se vogliamo cambiare davvero un orizzonte che appare oggi molto buio e incerto per noi tutti.