Sotto una campana di vetro

A me piaceva molto la mia mantella da pioggia.

All’epoca, non ero particolarmente conformista e non mi preoccupavo affatto di essere, insieme a mia sorella, una delle poche persone ad indossare quella mongolfiera con cappuccio alla minima minaccia di brutto tempo.

Io ero contenta, anche se mi arrivava praticamente ai piedi e, indossata sopra il cappotto, limitava quasi del tutto i miei movimenti.

Era incomprensibile che la dovessi indossare anche per andare a scuola, dato che io e la gente della mia casa, piuttosto lontana dal centro di Albenga, vi venivamo condotti  dalla corriera di Moreno.

Mi pare di sentire il suo clacson a tromba, quando ci richiamava tutti giù nel cortile; diceva proprio così: “la-cor-rie-ra-di-M-ore-no” con le sue due noticine ripetute otto volte: “la-fa-la-fa-la-fa-la-fa”.

La mia mantella era di un colore azzurro carta da zucchero, quella di Anna era più scura.

Mi rammaricavo sempre di non avere anche un bel paio di stivi di gomma, che, secondo mia madre, tenevano i piedi freddi e che molte mie compagne meno fortunate di me possedevano e usavano per sguazzare nelle pozzanghere, cosa proibitissima con le scarpine marroni, di vitello, con la bella suola di para.

Una di quelle mattine di pioggia, la corriera di Moreno aveva lanciato il suo richiamo e io, seguita dalla zia che sempre ci accompagnava, anche sul pullman, mi affrettavo lieta e mantellata giù per le scale.

Tenevo le braccia dentro la mantella, che aveva solo due aperture per le mani e forse portavo anche la mia cartella.

Inciampai nello strascico che si era formato scendendo il gradino e feci, come una palla bluette, tutto il pianerottolo a rotoloni.

Data la mia giovane età, a parte qualche ammaccatura, non riportai nessuna conseguenza.

Anche la nonna accorse sul luogo della sciagura e parlottò con la zia, per decidere se fosse il caso di mandarmi a scuola.

Nel frattempo qualcuno si occupò di fare aspettare un po’ Moreno e la sua corriera, che aveva già ripetuto impaziente il suo la-fa.

A me piaceva molto non andare a lezione, ma in quel caso, sentendomi in pieno benessere, mi ribellai.

Salimmo così sulla corriera e io meditavo stupita sul clamore della mia disavventura.

Più tardi, la mia cara prof Angioletti, rotondetta, profumata di cose dolci, col grembiule di raso nero, si avvicinò .

“La zia mi ha detto che sei caduta, ma, se non ti sei fatta niente, era giusto che tu venissi a lezione.

Non si può sempre tenerti sotto una campana di vetro.”

Io non avevo mai sentito quella cosa della campana di vetro e la immaginai così: io, con la mantella, sotto una grande campana trasparente.

Guardai stupita la prof, che cominciò il dettato: “Albenga, 7 novembre 1955…”

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