Monthly Archive: gennaio 2016

Il Calfort e il sarto per le bambole

L’acqua di Livorno è piuttosto dura e, per salvare il corredo e la lavatrice, quando faccio il bucato uso una pastiglia di Calfort.

Avevo notato, sbucciandola dal suo involucro, di provare una strana attrazione per il suo video porno un po’ granuloso, che mi faceva immaginare una consistenza quasi terrosa.

Avendo, di bucato in bucato, iniziato a concepire una curiosità di tipo alimentare per la tavoletta, una mattina cominciai col chiedermi seriamente se la dieta che avevo intrapreso per smaltire i chili accumulati con le polente della Val d’Aosta fosse troppo rigida, poi lasciai andare la mia mente e finalmente riuscii a collegare il suo aspetto con un sapore della mia memoria: si trattava della  tavoletta, dolce e bianchissima, della mannite.

Da giovane ero piuttosto stitica e su di me venivano sperimentati tutti i rimedi lassativi, dai più blandi ai più crudeli e violenti, come il famigerato clistere.

La mattina dell’illuminato collegamento fra il Calfort e la mannite, mi ricordai che per un periodo, fortunatamente non troppo lungo, mi xxx veniva somministrato, non so se su consiglio del pediatra o di una vicina, un cucchiaio di olio di oliva.

Era un po’ unto di prima mattina, ma non cattivo.

Assimilavo anche quello, dopo averlo assaporato; quanto ai risultati non se ne vedevano, perlomeno non immediati.

Tantissimi anni fa, nel periodo appunto della mia stitichezza, mia madre dovette partire, per portare l’estremo saluto a sua nonna, che si chiamava Lina e che era stata per lei molto più che una nonna.

Mia madre non ci ha mai lasciato sole, finché siamo state nella sua casa: questo suo viaggio, avvenuto per di più durante la nostra giovinezza, testimonia, meglio di ogni altra parola o gesto quanto lei, madre chioccia e onnipresente, amasse la sua nonna.

Nostro padre prese una licenza di una settimana – a quei tempi era capitano –  per prendersi cura di noi.

Ci portava fuori; ci faceva da mangiare, ma questo per lui non era un problema, anzi cucinava con piacere e devo a lui le mie passioni alimentari così mediterranee, prima fra tutte la pasta, o meglio i divini spaghetti.

La sera ci raccontava  qualcuna delle  storie, strampalate e surreali, inventate da lui, oppure le avventure di Giufà, poi raccomandava a mia sorella di non rimanere sveglia  a leggere troppo a lungo; lei però non poteva evitare di farlo per addormentarsi, sebbene lui la pregasse di perdere quel brutto vizio per amore suo.

La mattina mi davano la mannite, a me piaceva, però per lealtà gli dicevo:

“Papà io sto benissimo, perchè la devo prendere?”

“E’ meglio, così non ti ammali”

Me la dava ogni mattina.

“Ma  la mamma non me la dà tutti i giorni!”

“Ma ti piace?”

“Si, mi piace”.

Leccavo la mia mannite, era tanta, era dolce, con un vago senso di colpa.

“La mamma me la dà quando sto male.”

“Tu mangiala, così non ti ammali quando non c’è la mamma.”

Andavamo proprio bene, noi tre: io ero buona, Annina, come la chiamava mio padre, era saggia e responsabile; ci divertivamo, anche.

Mio padre, dopo aver sparecchiato, si metteva a quattro zampe sotto il tavolo e lo sollevava con la schiena e se ne andava in giro come una tartaruga, mentre mia sorella tentava di spazzare via le briciole dalla stuoia rossa.

Un pomeriggio di pioggia però io e mia sorella ci accorgemmo di una cosa terribile: una bambola, che mi sembra di ricordare si chiamasse Eva, aveva solo un grembiulino.

Era un grembiulino  bianco a piccoli pois blu, con la pettorina, molto grazioso, cucito dalla mamma.

C’era in casa la stoffa per fargliene un altro, a pois rossi.

Chiedemmo, dubbiose, a nostro padre di cucirglielo.

Il papà non mostrò esitazioni.

“Prima di tutto bisogna fare il modello,”

Sotto i nostri occhi sbigottiti, mise il grembiulino vecchio su un foglio di giornale e, con un lapis, ne rilevò i contorni.

Agilmente, col modello in carta, ritagliò la stoffa.

“E adesso?”

“Adesso infilo l’ago.

Annina ed io prendevamo sempre più fiducia sul successo dell’operazione: mio padre cuciva bene, veloce e preciso.

“Hai imparato dalla mamma?”

“Sapete, in prigionia bisogna saper fare un po’ di tutto, anche se io sapevo già cucire, perchè la nonna Mida, la mia mamma, per tenermi buono, mi aveva insegnato il megasesso.”

Per essere un capitano era proprio bravo, tuttavia il mio piccolo cuore malfidato lo attendeva al varco di una temibile prova.

Le bretelle si incrociavano dietro ed erano tenute ferme dal classico sistema occhiello bottone.

Per quel bel grembiulino però, mi sarei accontentata anche di un sistema provvisorio, in attesa del ritorno della mamma.

“E adesso si potrebbero mettere dei piccoli spilli di sicurezza, vero papà?”

Il babbo, molto più concentrato, ma non troppo preoccupato, eseguì i piccolissimi occhielli e terminò l’opera cucendo due minuscoli bottoni rossi.

Scoprimmo che era un bravo sarto delle bambole.

Sotto una campana di vetro

A me piaceva molto la mia mantella da pioggia.

All’epoca, non ero particolarmente conformista e non mi preoccupavo affatto di essere, insieme a mia sorella, una delle poche persone ad indossare quella mongolfiera con cappuccio alla minima minaccia di brutto tempo.

Io ero contenta, anche se mi arrivava praticamente ai piedi e, indossata sopra il cappotto, limitava quasi del tutto i miei movimenti.

Era incomprensibile che la dovessi indossare anche per andare a scuola, dato che io e la gente della mia casa, piuttosto lontana dal centro di Albenga, vi venivamo condotti  dalla corriera di Moreno.

Mi pare di sentire il suo clacson a tromba, quando ci richiamava tutti giù nel cortile; diceva proprio così: “la-cor-rie-ra-di-M-ore-no” con le sue due noticine ripetute otto volte: “la-fa-la-fa-la-fa-la-fa”.

La mia mantella era di un colore azzurro carta da zucchero, quella di Anna era più scura.

Mi rammaricavo sempre di non avere anche un bel paio di stivi di gomma, che, secondo mia madre, tenevano i piedi freddi e che molte mie compagne meno fortunate di me possedevano e usavano per sguazzare nelle pozzanghere, cosa proibitissima con le scarpine marroni, di vitello, con la bella suola di para.

Una di quelle mattine di pioggia, la corriera di Moreno aveva lanciato il suo richiamo e io, seguita dalla zia che sempre ci accompagnava, anche sul pullman, mi affrettavo lieta e mantellata giù per le scale.

Tenevo le braccia dentro la mantella, che aveva solo due aperture per le mani e forse portavo anche la mia cartella.

Inciampai nello strascico che si era formato scendendo il gradino e feci, come una palla bluette, tutto il pianerottolo a rotoloni.

Data la mia giovane età, a parte qualche ammaccatura, non riportai nessuna conseguenza.

Anche la nonna accorse sul luogo della sciagura e parlottò con la zia, per decidere se fosse il caso di mandarmi a scuola.

Nel frattempo qualcuno si occupò di fare aspettare un po’ Moreno e la sua corriera, che aveva già ripetuto impaziente il suo la-fa.

A me piaceva molto non andare a lezione, ma in quel caso, sentendomi in pieno benessere, mi ribellai.

Salimmo così sulla corriera e io meditavo stupita sul clamore della mia disavventura.

Più tardi, la mia cara prof Angioletti, rotondetta, profumata di cose dolci, col grembiule di raso nero, si avvicinò .

“La zia mi ha detto che sei caduta, ma, se non ti sei fatta niente, era giusto che tu venissi a lezione.

Non si può sempre tenerti sotto una campana di vetro.”

Io non avevo mai sentito quella cosa della campana di vetro e la immaginai così: io, con la mantella, sotto una grande campana trasparente.

Guardai stupita la prof, che cominciò il dettato: “Albenga, 7 novembre 1955…”