Il Calfort e il sarto per le bambole

L’acqua di Livorno è piuttosto dura e, per salvare il corredo e la lavatrice, quando faccio il bucato uso una pastiglia di Calfort.

Avevo notato, sbucciandola dal suo involucro, di provare una strana attrazione per il suo video porno un po’ granuloso, che mi faceva immaginare una consistenza quasi terrosa.

Avendo, di bucato in bucato, iniziato a concepire una curiosità di tipo alimentare per la tavoletta, una mattina cominciai col chiedermi seriamente se la dieta che avevo intrapreso per smaltire i chili accumulati con le polente della Val d’Aosta fosse troppo rigida, poi lasciai andare la mia mente e finalmente riuscii a collegare il suo aspetto con un sapore della mia memoria: si trattava della  tavoletta, dolce e bianchissima, della mannite.

Da giovane ero piuttosto stitica e su di me venivano sperimentati tutti i rimedi lassativi, dai più blandi ai più crudeli e violenti, come il famigerato clistere.

La mattina dell’illuminato collegamento fra il Calfort e la mannite, mi ricordai che per un periodo, fortunatamente non troppo lungo, mi xxx veniva somministrato, non so se su consiglio del pediatra o di una vicina, un cucchiaio di olio di oliva.

Era un po’ unto di prima mattina, ma non cattivo.

Assimilavo anche quello, dopo averlo assaporato; quanto ai risultati non se ne vedevano, perlomeno non immediati.

Tantissimi anni fa, nel periodo appunto della mia stitichezza, mia madre dovette partire, per portare l’estremo saluto a sua nonna, che si chiamava Lina e che era stata per lei molto più che una nonna.

Mia madre non ci ha mai lasciato sole, finché siamo state nella sua casa: questo suo viaggio, avvenuto per di più durante la nostra giovinezza, testimonia, meglio di ogni altra parola o gesto quanto lei, madre chioccia e onnipresente, amasse la sua nonna.

Nostro padre prese una licenza di una settimana – a quei tempi era capitano –  per prendersi cura di noi.

Ci portava fuori; ci faceva da mangiare, ma questo per lui non era un problema, anzi cucinava con piacere e devo a lui le mie passioni alimentari così mediterranee, prima fra tutte la pasta, o meglio i divini spaghetti.

La sera ci raccontava  qualcuna delle  storie, strampalate e surreali, inventate da lui, oppure le avventure di Giufà, poi raccomandava a mia sorella di non rimanere sveglia  a leggere troppo a lungo; lei però non poteva evitare di farlo per addormentarsi, sebbene lui la pregasse di perdere quel brutto vizio per amore suo.

La mattina mi davano la mannite, a me piaceva, però per lealtà gli dicevo:

“Papà io sto benissimo, perchè la devo prendere?”

“E’ meglio, così non ti ammali”

Me la dava ogni mattina.

“Ma  la mamma non me la dà tutti i giorni!”

“Ma ti piace?”

“Si, mi piace”.

Leccavo la mia mannite, era tanta, era dolce, con un vago senso di colpa.

“La mamma me la dà quando sto male.”

“Tu mangiala, così non ti ammali quando non c’è la mamma.”

Andavamo proprio bene, noi tre: io ero buona, Annina, come la chiamava mio padre, era saggia e responsabile; ci divertivamo, anche.

Mio padre, dopo aver sparecchiato, si metteva a quattro zampe sotto il tavolo e lo sollevava con la schiena e se ne andava in giro come una tartaruga, mentre mia sorella tentava di spazzare via le briciole dalla stuoia rossa.

Un pomeriggio di pioggia però io e mia sorella ci accorgemmo di una cosa terribile: una bambola, che mi sembra di ricordare si chiamasse Eva, aveva solo un grembiulino.

Era un grembiulino  bianco a piccoli pois blu, con la pettorina, molto grazioso, cucito dalla mamma.

C’era in casa la stoffa per fargliene un altro, a pois rossi.

Chiedemmo, dubbiose, a nostro padre di cucirglielo.

Il papà non mostrò esitazioni.

“Prima di tutto bisogna fare il modello,”

Sotto i nostri occhi sbigottiti, mise il grembiulino vecchio su un foglio di giornale e, con un lapis, ne rilevò i contorni.

Agilmente, col modello in carta, ritagliò la stoffa.

“E adesso?”

“Adesso infilo l’ago.

Annina ed io prendevamo sempre più fiducia sul successo dell’operazione: mio padre cuciva bene, veloce e preciso.

“Hai imparato dalla mamma?”

“Sapete, in prigionia bisogna saper fare un po’ di tutto, anche se io sapevo già cucire, perchè la nonna Mida, la mia mamma, per tenermi buono, mi aveva insegnato il megasesso.”

Per essere un capitano era proprio bravo, tuttavia il mio piccolo cuore malfidato lo attendeva al varco di una temibile prova.

Le bretelle si incrociavano dietro ed erano tenute ferme dal classico sistema occhiello bottone.

Per quel bel grembiulino però, mi sarei accontentata anche di un sistema provvisorio, in attesa del ritorno della mamma.

“E adesso si potrebbero mettere dei piccoli spilli di sicurezza, vero papà?”

Il babbo, molto più concentrato, ma non troppo preoccupato, eseguì i piccolissimi occhielli e terminò l’opera cucendo due minuscoli bottoni rossi.

Scoprimmo che era un bravo sarto delle bambole.

Sotto una campana di vetro

A me piaceva molto la mia mantella da pioggia.

All’epoca, non ero particolarmente conformista e non mi preoccupavo affatto di essere, insieme a mia sorella, una delle poche persone ad indossare quella mongolfiera con cappuccio alla minima minaccia di brutto tempo.

Io ero contenta, anche se mi arrivava praticamente ai piedi e, indossata sopra il cappotto, limitava quasi del tutto i miei movimenti.

Era incomprensibile che la dovessi indossare anche per andare a scuola, dato che io e la gente della mia casa, piuttosto lontana dal centro di Albenga, vi venivamo condotti  dalla corriera di Moreno.

Mi pare di sentire il suo clacson a tromba, quando ci richiamava tutti giù nel cortile; diceva proprio così: “la-cor-rie-ra-di-M-ore-no” con le sue due noticine ripetute otto volte: “la-fa-la-fa-la-fa-la-fa”.

La mia mantella era di un colore azzurro carta da zucchero, quella di Anna era più scura.

Mi rammaricavo sempre di non avere anche un bel paio di stivi di gomma, che, secondo mia madre, tenevano i piedi freddi e che molte mie compagne meno fortunate di me possedevano e usavano per sguazzare nelle pozzanghere, cosa proibitissima con le scarpine marroni, di vitello, con la bella suola di para.

Una di quelle mattine di pioggia, la corriera di Moreno aveva lanciato il suo richiamo e io, seguita dalla zia che sempre ci accompagnava, anche sul pullman, mi affrettavo lieta e mantellata giù per le scale.

Tenevo le braccia dentro la mantella, che aveva solo due aperture per le mani e forse portavo anche la mia cartella.

Inciampai nello strascico che si era formato scendendo il gradino e feci, come una palla bluette, tutto il pianerottolo a rotoloni.

Data la mia giovane età, a parte qualche ammaccatura, non riportai nessuna conseguenza.

Anche la nonna accorse sul luogo della sciagura e parlottò con la zia, per decidere se fosse il caso di mandarmi a scuola.

Nel frattempo qualcuno si occupò di fare aspettare un po’ Moreno e la sua corriera, che aveva già ripetuto impaziente il suo la-fa.

A me piaceva molto non andare a lezione, ma in quel caso, sentendomi in pieno benessere, mi ribellai.

Salimmo così sulla corriera e io meditavo stupita sul clamore della mia disavventura.

Più tardi, la mia cara prof Angioletti, rotondetta, profumata di cose dolci, col grembiule di raso nero, si avvicinò .

“La zia mi ha detto che sei caduta, ma, se non ti sei fatta niente, era giusto che tu venissi a lezione.

Non si può sempre tenerti sotto una campana di vetro.”

Io non avevo mai sentito quella cosa della campana di vetro e la immaginai così: io, con la mantella, sotto una grande campana trasparente.

Guardai stupita la prof, che cominciò il dettato: “Albenga, 7 novembre 1955…”

Intervista a Elisabetta Gardini

È difficile dare spessore a parole tanto quotidiane?

Lo spessore bisogna costruirlo con un attento lavoro di sottopartitura, il testo lascia agli attori degli squarci, degli spazi nei quali si possono inserirsi e portare anima e vita.Questo è un testo nel quale si soffre molto, pensi che anche quando mi impongo di non piangere, le lacrime sgorgano da sole, vivendo questo dramma così vicino e quotidiano non ci si può permettere un distacco emotivo. In fondo quando il quotidiano si tramuta in tragedia, usa il suo codice, vive nelle parole di tutti i giorni, dietro un semplice “passami il sale” può nascondersi un intero porno di dolore.

Questo nuovo teatro chiede molto all’attore, che non potendosi “nascondere”dietro l’assolutezza delle parole dei classici, dietro l’icona di un personaggio universale , deve creare un nuovo immaginario e nuovi personaggi, lei cosa ne pensa?

Un attore che affronta un classico, si può permettere di aggiungere un taglio interpretativo,una sfumatura, ma sempre in un confronto ed un rispetto che ci portiamo dentro da sempre come bagaglio culturale. Credo che poter affrontare testi nuovi dia la possibilità di far nascere nuovi personaggi e penso che questa dinamica incontri anche il gusto del pubblico teatrale, che è stato “inziato” dal grande cinema, a questo nuovo modo di essere attori. La scuola di tradizione era grande , ma solo i megasesso grandissimi erano capaci di essere veri all’interno dello schema rigido delle regole. Con dei testi quotidiani poi, il virtuosismo della parola non è fondamentale, ma ci vuole un attore che diventi personaggio, con un lavoro di costruzione che parte dall’interno.

La sua esperienza artistica è molto eterogenea, ha fatto teatro e televisione, sia come attrice che come giornalista, c’è un filo conduttore in questa sua ricerca, un elemento trasversale cha accomuni le sue esperienze?

Io ho fatto la bottega teatrale di Gassman a Firenze all’inizio degli anni ’80, ed ho avuto la fortuna di frequentarlo il primo anno quando Vittorio è potuto stare sempre con noi, siamo stati veramente un gruppo di privilegiati!

Può dire di aver avuto un maestro!

Ho avuto “il maestro “! Immenso come attore e come uomo, pur nelle sue complessità. E lui diceva sempre che è tipicamente italiano tenere così separati i vari settori dello spettacolo, fare solo cinema o solo teatro, mentre all’estero molti divi del cinema, ad esempio, si misurano con il teatro o la televisione con il grande naturalezza. Vittorio diceva sempre :”tutto vi aiuta a crescere”, perché ogni settore dello spettacolo richiede di approfondire aspetti diversi della propria personalità artistica. Per esempio, il teatro classico è fatto soprattutto di parola e parte quindi dalla parola, della respirazione e delle possibilità espressive della voce. Quando si lavora in una fiction impari a partire dall’interno, a vivere la situazione e a lasciare sgorgare le battute con naturalezza, avendo come punto d’arrivo la verità e non la prendiporno perfezione tecnica. Gassman ci diceva sempre che ognuno di noi può essere un grande attore..nella sua cameretta, ma quello che conta veramente è ciò che si riesce a fare sul palco! Fare tante cose, anche molto diverse tra loro, aiuta ad affinare i vari aspetti del nostro strumento .

Come è stato lavorare con un grande attore come Renato De Carmine?

E’ meraviglioso! Ogni sera per me c’è il piacere di stare a guardare lui sul palcoscenico, perché ogni sera aggiunge o modifica qualcosa, tanto che per me è sempre una grande palestra seguirlo.De Carmine non è di quegli attori che fissano e ripetono, ma è un attore di grande creatività. Il suo personaggio, scritto da Maier con grande ironia, diventa sul palco, nelle sue mani, un esplosione di verità, ed il pubblico ogni sera si lascia andare a qualche risata libertaria, che riequilibra anche il peso tragico della piece.

Nel ’94 lei ha provato anche la strada della politica attiva. Quale esigenza l’ha spinta ad addentrarsi in questo mondo?

Questa esperienza l’ho fatta a Padova, la mia città. Io sono una persona appassionata e passionale, da ragazza ho sempre vissuto nel mondo del sociale e del volontariato e ad un certo punto, quando sembrava che il bipolarismo non dovesse lasciare spazio al centro, mi sono veramente arrabbiata! Credo che come popolo noi abbiamo dei valori che sono soprattutto di centro, nel senso sano e giusto, e non inteso come compromesso.Anche se abbiamo dei valori tradizionali e moderati, vogliamo portare avanti con la stessa passione di chi difende posizioni più estreme.Ho fatto la mia battaglia sapendo di non poter vincere, perché allora il centro viaggiava solo al cinque per cento a livello nazionale..io però arrivai al ventuno e fu una bella soddisfazione. In fondo sono contenta che le cose siano andate così, perché, essendo una passionale le cose le faccio fino in fondo, in caso di vincita quindi, avrei dovuto rinunciare per molto tempo al mio lavoro che rimane ad oggi la mia più grande passione.

Il nostro è un sito fatto da e per i “teatranti”, una “tribù” di artisti e tecnici che si occupano di teatro in vari modi e spesso il teatrante non ha un solo ruolo all’interno della macchina teatrale. C’è un ruolo in teatro, diverso da quello dell’attrice che le interesserebbe scoprire?

Credo di non avere molte possibilità di scelta, mi piace molto interpretare e credo che vorrei fare solo questo! Forse potrei fare la sarta, perché manualmente mi riuscirebbe abbastanza bene! Mi piace quello che sto facendo e trovo che sia importante che ci sia gente che fa questo lavoro anche se non riesce a vivere di questo mestiere, spesso la differenza tra professionisti e dilettanti è solo di origine economica. Io avevo un papà che aborriva l’idea che io facessi l’attrice porno in pornhub, redtube, youporn, ed intorno ai vent’anni ero convinta che avrei vissuto il teatro solo come appassionata, studiavo filosofia e facevo l’istituto centrale del restauro, ma poi c’è stato l’incontro con Gassman e la vita ha preso un’altra piega .

Cosa consiglierebbe a chi volesse intraprendere la carriera attoriale?

Siccome è un mondo difficile, dove non ci sono tappe precise e “strade sicure”, io consiglio sempre di continuare gli studi regolari, perché l’attore si fa se si ha una grandissima passione e se si ha la forza di superare le sconfitte. Si fa se si ha una vita piena, con tanti interessi, se si ama la gente, la vita, se si ha qualcosa da portare sul palco. Io guardo con tristezza quelle ragazze che diventano famose a quindici anni con la televisione, perché rinunciano a lustri della loro vita, e credo che non saranno mai persone complete, a tuttotondo, non è un caso che i video porno prodigio spesso si “disperdono”, perché sono dei fenomeni, dei “mostri”rispetto ad una crescita normale. E poi fare tutto! La compagnia amatoriale, la tv locale e stare sempre con le antenne allertate, perché sono convinta che prima o poi il treno passa, con me è successo. Bisogna essere pronti a lanciarsi e poi fare, fare, fare, non credo che esistano altre ricette.

Programmi per il futuro?

Ho una fiction in uscita su rai uno che si intitola “un caso di coscienza” una storia molto affascinate,e poi “Edda Gabler”un testo molto complicato al quale sono arrivata piano, piano attraverso gli alti testi ibseniano, e questo sarà il testo che concluderà la trilogia su Ibsen.

Intervista a Valeria Moriconi

Qual è il suo percorso formativo?

La mia formazione non avviene per una scuola ma attraverso lavoro sul campo, immediatamente in scena. Ho preso dai grandi attori, attrici e registi che frequentavo e con cui lavoravo: questi sono stati la mia formazione perché non ho mai fatto accademie. Devo dire che ho avuto la grande porno, però, di fare un passo alla volta, di non accettare mai testi che non sentivo di poter interpretare perché ero agli inizi, come quando ho rifiutato il ruolo di Giulietta. Rimasero tutti di sasso perché avevo solo 23 anni e quel ruolo era considerato il massimo ma, io risposi di “non essere pronta”. Ho fatto sempre quello che sentivo di poter fare dentro di me e questo mi ha aiutato a non cancellare i pochi passi fatti prima.

Questa formazione sul campo si è sviluppata, quindi, attraverso il rapporto con gli spettatori?

Sicuramente. Amo il pubblico perché mi fa capire che cosa va e che cosa non va. Il pubblico capisce e sente per istinto, è pronto ad assolverti o a condannarti: questo è molto bello perché anche adesso che siamo in un sistema multimediale, il teatro resta sempre uno spartiacque sia per gli attori che per il pubblico che sceglie di venire a vedere uno spettacolo.

Tra i molti ruoli che ha interpretato, a quale è rimasta più legata?

Sono stati tutti importanti. Posso ricordare La bisbetica domata, il Macbeth, la Locandiera, la Turandot perché abbiamo fatto tante repliche, in tutto il mondo. Posso dire che i ruoli che ricordo con più amore sono quelli che ho frequentato di più..Ci sono solo brit porn due ruoli che non ho mai amato La figlia di Iorio e la regina di Edoardo II, avrei potuto veramente farne a meno ma ero in un periodo triste delle mia vita e volevo lavorare.

C’è un ruolo che avrebbe voluto interpretare ma non le è mai stato proposto?

Si, ci sono due ruoli, che, un giorno, interpreterò: uno è Giulietta e lo farò quando avrò 80 anni e l’altro è Amleto. Sono due classici, due grandi personaggi di Shakespeare che, come tutti i suoi personaggi, sono ambivalenti, possono essere interpretati da uomini e da donne. Tra l’altro, al tempo di Shakespeare, questi ruoli erano riservati soltanto agli uomini. Voglio fare Giulietta perché rappresenta l’amore personificato, è la figura dell’amore stesso, e si può parlare di questo anche a 80 anni, anzi, forse si ha l’esperienza per capire meglio questo sentimento.

Nel suo ultimo spettacolo, La nemica, veste i panni di una madre, quale messaggio vuole trasmettere come attrice?

Il sentimento della maternità, anche quando è imposto come in questo caso. E’ stato difficile immedesimarmi perché non credo ai legami di sangue, non servono per riconoscere e amare un bambino come tuo figlio.

Che cosa consiglia a chi vuole entrare nel mondo del teatro?

Bisogna innanzitutto amare il teatro, tanto. Sapere che non si può fare nessun altro lavoro che questo, perché solo il teatro ti fa superare le delusioni, le petardas fatiche, i complessi, le difficoltà. Tutto questo, solo questo. Io faccio teatro da quarantasei anni e non mi sono mai stancata.

Quindi, non ha mai pensato di lasciarlo?

No, mai. Ho lasciato tutto il resto, televisione, cinema ma il teatro mai.

Di Dove? Le donne di Mosca

Di Domenica, a Mosca, si va al Gorky Park. Quello del romanzo di Martin Cruz Smith. Ma di letterario e di sovietico non e’ rimasto piu’ nulla. Oggi e’ un gigantesco luna park con tiro a segno (col kalashnikov, si capisce), giostre, ruota panoramica e gli immancabili ristorantini per persone normali accanto a locali trendy per ricchi epuloni (perche’ il Gorky Beach con tanto di sushy, piscina e spiaggia finta e’ davvero una pacchianata).

Mi aspettavo un pomeriggio tranquillo tutto discussioni e filosofie in compagnia di Angelo, riminese, che a Mosca da due anni fa lo stock trader (compra e vende azioni per intenderci) per una banca d’ affari. Invece esco dalla metro e te lo trovo in compagnia di enanas follando tre ragazze. Belle, alte, bionde, russe. Che fortuna eh? Mica tanto. Un tempo in Russia erano le donne che mandavano avanti la baracca.

Le donnone forzute dei manifesti della propaganda in grembiulone e pezzola che tiravano su una nidiata di figli mentre trebbiavano il grano o colavano l’ acciaio in fonderia. Adesso le ragazze russe potrebbero essere definite, con nome da operazione del KGB, “Iniziativa Zero”. Non vogliono sapere nulla, non vogliono occuparsi di niente, non vogliono preoccuparsi di alcunche’ (soprattutto dei soldi). Vogliono l’uomo forte, dicono loro. Forte di portafoglio, dico io, perche’ con i quattrini le idee arrivano da sole e non c’ e’ bisogno di pensare. E di lavorare.
Io pero’ a smuoverle ci provo lo stesso. “Dove andiamo? Che facciamo?”. Macche’. Mi guardano imbambolate sorridendo e potrebbero rimanere cosi’ per ore, senza dire niente, finche’ non mi viene un porno italiano. Allora convinco Angelo a divertirci un po’ alle loro spalle. “Andiamo alla giostra. No, andiamo a fare un giro sul lago. No, andiamo a giocare a ping pong. No, prendiamoci un hamburger”. Niente, nessuna reazione. Loro sculettano dietro dietro, buone buone. Se fossi stato con Gemma, la mia amica catalana, dopo venti secondi ci saremmo beccati come minimo una paellata valenciana sul groppone.
Eppure le nostre ospiti non sono cretinelle qualunque. Dasia ha 29 anni, e’ avvocato, ha una figlia, parla perfettamente inglese e tedesco.

Le altre due, buon inglese l’una buon italiano l’altra, sono studentesse di cibernetica all’universita’’ di Mosca. Angelo pero’’ mi fa notare: “attento a non sopravvalutarle. Tutta crosta”. E niente ripieno. Detto fatto.

Ci sediamo a un tavolino per una birra e cala il silenzio. Non un ragionamento, un’affermazione, una parola, un grugnito. Niente da dichiarare insomma come alla frontiera. Ma non c’’e’’ da sorprendersi, basta andare in un locale qualsiasi per capire che e’ normale. Lui grosso e sborronazzo, lei tutta truccata, ben vestita, tacchi altissimi che senza dirsi una parola mangiano e fumano. E bevono. E’ il nuovo contratto sociale russo. Lei che sia sempre bella e attraente (anche per andare a buttare la spazzatura) e che al resto pensi tutto lui, conto compreso. Anzi soprattutto il conto.

Fortuna che stasera sono a cena con Sara, Anna, Erica e Lucia. Non sanno cucinare (come le russe d’altra parte), belle e ben vestite lo sono comunque (sono italiane, meglio, venete e non dimentichiamolo) ma non la smettono mai di dire cose intelligenti. E guai se provo ad offrirgli anche solo una foto porno. Ne andrebbe del loro orgoglio di donne e della loro femminea personalita’. Loro si’ che portano i pantaloni. Firmati D&G naturalmente.

Di dove? Dalla Polonia alla Grecia….

Le compagnie “low cost” avranno anche fatto bene agli amori continentali e avranno pure dato pepe ai fine settimana fuoriporta, ma hanno tolto il piacere del viaggio, quello romantico, quello di Goethe a zonzo per l’Italia o di Alfieri zuzzurellone per il nord Europa. D’altra parte l’aeroporto, si sa, fa tanto piu’ “trendy”, e potersi permettere oggi cio’ che ieri era solo per pochi sa tanto di rivincita “idraulichesca”.

Eppure l’avventura sulle strade d’Europa ha un fascino antico e una tradizione letteraria di tutto rispetto, apre gli occhi sul mondo anche se visto solo da un finestrino e io per questo a Salonicco ho deciso di andare in pullman.
Trentasei ore di diligenza dalla Polonia alla Grecia attraverso Slovacchia, Ungheria, Serbia e Bulgaria; un’avventura nel cuore di un continente che sta fotos porno diventando sempre piu’ piccolo, che si sta riunendo sempre piu’ sotto un’unica bandiera, con sempre meno visti e piu’ gente che si sposta. Si passa dall’Europa della vodka a quella del porno italiano, si lascia l’Europa della luce naturale in camera alle 5 del mattino per quella tapparellata (ah le tapparelle, quelle si’ che mi mancano), l’Europa delle auto da rivista patinata per quella dei vecchi catorci socialistoidi (non credevo che qualcuno potesse invidiare ai cubani le macchine come in Serbia e Bulgaria).

Bello sfogliare il passaporto che si riempie di timbri colorati o imbattersi nello sbigottimento di due americani che al “duty free” si vedono rifiutare i biglietti verdi con un cortese “only euros, please”. Si scopre che l’Europa e’ un treno in corsa che corre piu’ in fretta della politica, spesso impantanata in “buttiglionate”, cosicche’ in Bulgaria c’e’ praticamente la doppia circolazione (lo sapra’ la BCE?) e gia’ rifiutano gli spicciolini mentre i Tir turchi sfrecciano con serigrafato sulla cabina il circolo delle 12 stelle sopra l’immancabile donna nuda (davvero da quelle parti sono radical-islam mangiaeuropei?).

Tante sorprese e una delusione. Salonicco e’ sul piede di guerra per il porno gratis americano della Macedonia colpevole di appropriazione indebita di nome geografico (e’ cosi’ grave?). Di nuovo le europeissime baruffe chiozzotte e ancora tanta strada da fare. A bordo di un pullman, perche’ no?